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"Fummo costretti a riconoscere che non sembravano interessati ad essere dei "lavoratori" o a ricevere uno stipendio - molti di loro non avevano neppure cognizione del denaro. Chiedevano soprattutto dei rapporti, attenzione, riconoscimento. Chiedevano un luogo dove valere, indipendentemente da quello che sapevano o non sapevano fare. Allora scegliemmo di riconoscere. Che per alcuni l’inserimento lavorativo non poteva essere il fine, ma ormai ci eravamo incontrati, e quindi andavano cercate altre strade. Che il lavoro era un ottimo strumento educativo . Che il mercato privato su cui ci muovevamo ci avrebbe scelti solo se eravamo competitivi. Che la solidarietà, quindi, era il nostro “valore aggiunto” "
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